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Workshop 3D.sign Lavazza Coffee Machine

La crescente domanda di caffè espresso nel mondo e il desiderio di utilizzare al meglio la specificià dei tre canali, patrimonio di Lavazza, portano l’azienda a rivolgersi con più forza e tempismo al mondo del design, con l’obiettivo di avere un parco macchine sempre aggiornato e ben segmentato. Il 18 dicembre 2007 si tiene a Torino il “Workshop 3D.sign Lavazza Coffee Machine”, a cui vengono invitati a partecipare sei team di designer della nuova generazione: Enrico Azzimonti, Delineo Design, Elastico Disegno, Marco Merendi, Setsu e Shinobu Ito, Marco Zito. Per capire lo spirito è bello andare a riprendere un paragrafo del brief di progetto che recita così: “Cosa chiediamo ai Designer. Di disegnare 3 modelli di macchine differenti (un modello di macchina per ciascun sistema). Ciascun modello dovrà rispettare il posizionamento del brand di sistema e costruire un mondo di riferimento legato alle parole chiave e ai valori del sistema stesso. Le macchine che utilizzano le capsule Lavazza BLUE e Lavazza Espresso Point saranno destinate al segmento SOHO (Small Office Home Office), mentre quelle che usano il sistema A Modo Mio saranno dedicate al mondo della casa.” Nella prima decade del febbraio 2008 i designer tornano a Torino a presentare i lavori e anche se da tempo Lavazza applica per molti suoi progetti la modalità del workshop, la vista di 17 nuovi concept in un colpo solo genera una forte impressione. Nei mesi successivi le scelte dell’azienda si indirizzano verso i progetti di Azzimonti, Elastico, Merendi e partono subito gli studi di fattibilità presso la Direzione Macchine e presso le aziende selezionate per la produzione. A due anni di distanza i progetti sono ancora tutti interessanti e si preferisce quindi tenerli riservati. Certo ve ne sono alcuni un po’ troppo “giocattolosi” e altri un po’ troppo austeri. Per i designer non è stato facile capire le differenze che esistono nei tre canali di vendita e nelle tre capsule e - forse anticipando una tendenza - molti dei progetti potevano sconfinare da un ambiente all’altro. A chi scrive è rimasta nel cuore una macchina di Marco Zito, pulitissima e con chiavetta per il vapore laterale di sapore retrò, che sembrava uscita dalla mano di Naoto Fukasawa. Una semplicità tale da sembrare povera, ma di fatto così sofisticata da non essere pronta per il grande pubblico.

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